Kerosene.

[Mettete in pausa la musica dal Player - è una canzone, quindi immaginatevela. Prima o poi ve la suono. Shhh.]

Come, see, my darling:
I’m drowning in kerosene!
And carry all the thing that can’t be seen!
Ignite my body
‘til there’s nothing left to see,
nothing but your memories of me.

Welcome to the show!
And I’m sorry Corn-O-Matic’s broken
But I wanted to see you upset
‘cause when you’re hungry, you’re just angrier
and when you’re angry, you’re just prettier

(‘cause i can’t) forget you, and i’ve lost
my mind’s sake on your underwear
I’ve never wanted to be him
I’ve never wanted to be him this much!

(Skumfuck.).

Come, see, my darling:
I’m drowning in kerosene!
And carry all the shit that can’t be seen!
Ignite my body,
‘til there’s nothing left to see,
nothing but the things i’ll never be.

I’m doing it for the rest
that you left me without
and i’m going to be straight
before things just start to crack.

(When i said) “I’ll hold you, I’ll be there.”
There ain’t no footprints in the dust.
And I’m not seeing it, 
And I’m not seeing it so much.

(My GOD.)

Come, see, my darling:
I’m drowning in kerosene!
And carry all the shit that can’t be seen!
Ignite my body,
‘til there’s nothing left to see,
nothing but the things i’ll never be.

Yes, I’m over with the words
I’m allowed to say…
And i’m over with you, too
if you just won’t stay

I’ll take you home with me,
even if i’m not so good at driving.

And We’re going to sleep,
We’re going to cry,
We’re going to eat things 
that we’re gonna throw up
We’ll be singing together,
the louder, the better, now.

(Just Loud.)

Come, see, my darling:
I’m drowning in kerosene!
And carry all the shit that can’t be seen!
Ignite my body,
‘til there’s nothing left to see,
nothing but the things i’ll never be.

Come, see, my darling:
I’m drowning in kerosene!
And carry all the shit that can’t be seen!
Ignite my body,
‘til there’s nothing left to see,
except ashes and candyfloss,
Heart-proof chestbones,
and a big traveltrunk
full of what I loved about you.

Chance.

Io ti ho trovata nell’aria che respiro se ti guardo.
In tutto ciò che mi ricorda che ancora sto nuotando,
nella realtà, e non galleggio nell’immaginario.

Mi servi, io ti voglio.
I miei occhi perdono il colore,
le mie labbra appassiscono,
bevo le mie notti,
scappo con la nausea,
nascosto dietro fronti corrugate,
dove non darà fastidio, a nessuno, 
la mia ebrezza…

No, non puoi nascondere il fuoco d’artificio
una volta che hai scaldato la miccia:
ti brucerà la pelle, 
ti scalderà le mani,
ti illuminerà le palpebre
e il fumo si vedrà
anche distanti miglia.

Ad arrampicarsi siamo bravi tutti,
ma non tutti riescono a tirarsi su.
A strisciare impariamo da piccoli,
da grandi devono spingerci giù.

Così mi appendo ai rivoli
di inchiostro sulla carta
che ha lasciato un’altra volta
questa penna, esasperata:
per l’ennesima volta complice, 
appendice dipendente, labile,
mi aggrappo a lei 
coi miei capricci da scrivere.
Da travasare.
Da setacciare.

E imploro pietà.

Imploro comprensione
per i miei cali di tensione.
E non ho mai detto 
di essere pronto…

…ad annunciare il mio ritiro dalla corsa,
a regalare le mie scarpe, tagliar le corde alla chitarra,
a dissetarmi lì, in panchina,
a dare fuoco a questa carta,
a rinunciare ad imparare
a suonare ogni strumento musicale,
a dedicarmi all’ermetismo,
ed al diniego personale,
a far di tutta l’erba un fascio
oppure generalizzare,
ad asportare qualche pezzo
di questo organo fatale…

Che chiamo ancora “cuore”, 
nonostante le ferite,
e nonostante il grande abuso
che lo fanno deperire.
Che avrà sempre ansia d’amare,
finché mi darà la voce,
finché il buio avrà paura
che io possa fare luce.

E dannazione,
E CRISTO SANTO.
Voglio solo sentire la tua voce…
Che mi ripeta che ho bisogno
solo di farmi aspettare.

Ed è una gara a chi si lacera,
e si strappa via i vestiti,
a chi ha le spalle troppo grandi,
o ha le natiche più ovali.

E dannazione,
E CRISTO SANTO.
Diventerò ripetitivo,
ma se non sento e non compaio,
sarò cmq lì vicino.

Sono aria che si avvolge
intorno a chi si lascia ad un sospiro.
Sono un fantasma dietro gli angoli
di un fragile destino.

Dammi forma, anche sta volta,
che soffro della sua assenza:
“sono vivo solamente
tra le righe di un corsivo.”.

Mi servi, io ti voglio.
Non vedi quanto sei bella?
E a costo di essere banale,
voglio stare alla tua destra…

Analgesico sentire,
anestetico desiderare.
Sedativo ricordarsi
e non volere ricordare…

…delle distanze da superare,
del dolore da provare,
dei chilometri percorsi,
delle riflessioni attese,
contro il vetro, sopra il treno,
contro un muro, dentro al letto,
avvinghiati tra i vestiti,
sopra agli atomi di terra,
di peccati e di bugie,
sotto metri di cemento, 
che si alzano prepotenti,
che non fanno altro che ombra,
e con addosso il tuo profumo…

Che di tutti è il più pesante,
che mi blocca le narici
e mi addormenta e mi disturba 
nelle cose più felici.
E anche ciò che è elementare,
come dire l’alfabeto
si trasforma in un’impresa
che ha poco di sereno,
se ogni pagina, ogni libro,
ogni titolo di canzone…

Mi risulta solamente
un anagramma del tuo nome.

Heartlines.

Tutto questo non era nei piani.

Lo so, l’ultima nota è del (*deglutisce nervoso*) 10 MARZO.
Sono successe un sacco di cose, ho avuto un sacco di cose in testa,
sono stato preso dal morbo incurabile meglio conosciuto come “dimenticarsi come si scrive”.

Fortuna che, più che un morbo, è un virus.
E così, come un raffreddore, se ne è andato nel giro di qualche settimana.
Non appena ebbe finito di fare strage di me, 
prese e se ne andò.

Ma voglio che tu 
tu piano piano faccia strage di me 
in un incerto compromesso 
tra la mia anima e il suo riflesso. 

L’Odore - Subsonica

Inutile dire che la nostra intera esistenza è percorsa di questo tipo di cose:
la scuola, il lavoro di una vita, una brutta frattura,
la droga (se uno riesce a uscirne), qualsiasi tipo di relazione,
la paura… La vita stessa.

Puoi appoggiarti a tutti i muri della città, e sederti su ogni gradino:
puoi addirittura concederti quella sigaretta in più e quel whiskey di troppo.
Puoi fare mente locale, puoi astrarti dalla realtà.

La musica soffia via le parole che ho sulla punta del cervello, 
ricordandomi la sensazione degli ultimi giorni,
passati a rammentare come si scrive: come si compone un pezzo,
come si disegna e come si tiene in mano la penna e la propria vita.
Dovrei spegnerla, per un po’.
Ma la mia più grande paura, già da tempo, risiede nel silenzio.
Il silenzio che segue l’inizio e la fine di ogni canzone.
Di ogni parola, di ogni cosa.
Come la febbre che sale al malato, mentre chiede altri antidolorifici per dormire.
Il silenzio che ti fa sentire le note gravi dei pensieri che hai relegato
dietro agli altri, a volume basso.
Il silenzio che precede lo squartamento nei film Horror, in cui fai appena
in tempo a sentire il rumore di qualcuno che si muove proprio dietro di te. 
Il silenzio che ti striscia addosso e ti tappa le orecchie, 
a ritmo con la stessa consapevolezza crescente.
Il silenzio, come la calma prima della tempesta.
Il silenzio, interrotto da chi si sveglia di botto nel cuore della notte.

Il silenzio è come il rimpianto. E’ caldo, insipido e amaro insieme. E puzza di fumo.

Ma non l’odore piacevole e ingannevole di indipendenza
e irrazionale autolesionismo riconducibile allo scattare rapido
dell’accendino, al vibrare di un bacio strappato appena prima di staccarsi
o al calore di una birra fra amici per leccarsi le ferite della guerra,
finta o meno, che tutti i giorni ingaggiamo con il mondo.

Puzza di Universo. Di tutto quanto insieme, risultando quindi inconcepibile.
Un odore è buono, o al massimo è comprensibile, solo se preso da solo.

La giornata, sul mio balcone, profuma di primavera.
Il sonno sulle mia palpebre sa di Hegel, Assorbimento Atomico e Liquore al Cocco.
Il disordine in camera mia, invece, puzza di Bakunin e di backstage.
Le mie mani esalano i fumi del sapone più buono del mondo, 
ma le mie dita hanno il sapore metallico di corde di chitarra,
quella che ho lanciato sul letto proprio sopra alla mia voglia di fare.

Qualcosa, oggi, mi ha infilato in testa
che dovrei andare in giro fischiettando come Eliza Doolittle,
in questa giornata, calda e fresca,
come la voce di Eddie Vedder e l’Ukulele.

La vecchia Bianchi del nonno ha voglia di fare un giro,
e come biasimarla:
anche se ci siamo conosciuti che era già vecchia,
è ancora una gran figa, ed è comunque troppo giovane
per rimanere lì a decomporsi.
Quindi non vedo perché dovremmo farlo noi. 

Gonfiamo le gomme, oliamo le catene;
stiriamo le guance, stringiamo i lacci delle scarpe.

Finirò la mia giornata stanco, col fiatone e sporco
del grasso nero del meccanico.
Avrò le ditate sulle guance e sulla fronte, mentre
mi asciug
o la fronte dal sudore.

Se doveste beccarmi in giro spettinato, sporco,
con gli occhiali storti e pedalante, 
potreste vedermi sorridere, mentre ripenso a cosa
mi abbia convinto ad andare a correre, stasera. 
A correre con quei soliti idioti che mi tirano su
quando ho soltanto voglia di starmene un po’ giù.

Seguiamo la via che più ci aggrada. 
Non ascoltiamo i navigatori.
Scegliamoci le rotte, e aspettiamo che ci sia sempre il tramonto,
prima di andare a casa.

Assicuriamoci di trovare un bel posto rialzato per potercelo godere.

Addormentiamoci consapevoli che siamo durati più del sole, anche oggi.

Che nel mondo in cui viviamo, non è una cosa da poco.

Just keep following the heartlines on your hand.

Heartlines - Florence + The Machine

-Andre.

Avorio.

(Mettete in pausa il lettore musicale prima di inziare a leggere.)

(Enjoy.)

Sono già giorni che non porto l’orologio al polso,
che di sapere l’ora non me ne importa più niente,
il tempo universalmente misura fuori corso,
e quello che non mi tocca non lo tengo mai a mente.

Ma se mi tocchi tu, mi lasci segni e lividi,
e vorrei nn scolorissero come la vinavil.
E non è vero che fanno a pugni, cervello e cuore.
e quando capita, si chiama “infarto” e non “amore”.

Ultimamente dico troppo la parola “Amore”,
che è la parola su cui basa ogni canzone:
amore per la donna, amore per la patria,
amore per la fede, per la musica nell’aria.

“Amor ch’a nullo amato, amar perdona.” (Amar perdona)
Ama anche nel perder la calma: ama e perdona.
Amore scarso, quello per la mia stessa persona,
Amor che non si interpreta solo da come suona.

Se potessi entrare nella testa,
nella testa delle persone
probabilmente sarei entrato prima, 
prima dentro ogni mia intenzione.
Per capire se il caos che c’è dentro
sia soltanto una mia invenzione,
solo un’illusione, spontanea reazione
alla convinzione di avere comunque ragione.

E prendi spazio, ma rendimi l’aria:
comincio ad affogare, sott’acqua;
non sono mai stato campione di apnea,
te ne accorgi adesso, dalla mia pelle eburnea?

Probabilmente stai cercando la parola “Eburnea”
nel tentativo di comprenderne il significato
Eburnea sta a significare “Bianca come Avorio”
nel tempo di spiegartelo, sono ormai annegato.

Non preoccuparti e lasciala pure così:
ho sempre preferito la panna al cioccolato.
Forse questo spiega finalmente la mia mania:
la carnagione chiara è l’unica ch’io abbia mai amato.

Se potessi entrare nella testa,
nella testa delle persone
probabilmente sarei entrato prima, 
prima dentro ogni mia intenzione.
Per capire se il caos che c’è dentro
sia soltanto una mia invenzione,
solo un’illusione, spontanea reazione
alla convinzione di avere comunque ragione.

On&On.

Emicrania.
Un dolore da aprirti il cranio a metà.
Troppo pensare? Eh, magari…
E’ fastidioso, ma il fastidio sale a prescindere.

Capita a tutti di fermarsi a pensare:
ogni incazzatura, ogni volta che sei uscito di casa
sbattendo la porta per il fastidio,
o ogni volta che hai scagliato il telefono sul cuscino,
che hai iniziato a mangiare a buffo solo per far sbollire la rabbia,
che sentivi il bisogno di vedersi per prendersi a testate
solo per trovare un modo più efficace di scambiarsi i pensieri
in modo diretto e preciso,
che hai schivato gli insulti e ne hai ingoiati altri,
tutte quelle volte ad immaginarsi le lacrime,
ne vale la pena?

Cazzo, si… Ne sono (purtroppo? ndb.) convinto.
Sarei ancora qui ad ascoltare questa canzone, altrimenti?
http://www.youtube.com/watch?v=Jv8R7dUhSHE

Con l’unica terribile paura di essere come gli altri.
O di non essere abbastanza da essere come gli altri.

Con la sensazione di sbattere, tutte le volte,
la bocca dello stomaco contro la maniglia della porta
(Fa un male cane, non ve lo auguro, ndb.).

Con un sacco di idee da mettere in pratica,
senza le forze per farlo:
se trovassi il buon umore necessario
a farmi andare a dormire presto.

“On and on.”.
Ancora, ancora, ancora. 
Ancorato (OHOHOH, ndb.) alla realtà, iniziando a dimenticarsi
come si fantastica sul serio.

Il dolore all’addome non è la maniglia, stavolta è la Fame.
Ho una Fame tremenda e costante, insaziabilmente surreale.
Perfida, infida, che mi fa perdere metà delle giornate
tra narcolessia e scarabocchi.

E il fastidio?
Ce lo creiamo da soli, come la nostra stessa vita:
tutto è bello se noi ce lo creiamo bello, non è facile ma sfido qualcuno
a dire il contrario.
Anche con la scuola, con gli amici, con l’Amore.

Emicrania, potrei anche amarti un giorno di questi.
Per il resto, levati dai coglioni che ho Fame.
Ancora, ancora.

Ancora Fame.

Brucia, il cuore dell’uomo
Che insegue l’indomito sentimento.
Carne viva, pulsa fra le costole
E arde dentro.

Mai arreso,
tu sei tuo Giudice,
Aguzzino
E Boia
In tutto ciò che concerne
Amore.

Too Cold, Outside, For Angels To Fly.

Voluttuosa.
L’anima della città che si assopisce lentamente nella fredda notte,
volteggiando nel cielo sotto forma di vapore e luci che si spengono.
Le macchine scorrono un po’ più lente sotto la pioggia fastidiosa e umida,
ma io sono sprovvisto di vettura e ho dimenticato l’ombrello.
Voglio solo arrivare in fretta a casa: come tutte le volte che sento
che il terreno dietro di me comincia ad inclinarsi per farmi scivolare
all’indietro; come quando senti il freddo lungo la schiena,
perché la coperta è scivolata davanti, o perché non te la sei sistemata
bene e quella fessura fredda è come una ferita aperta a bagno nel mare, o perché lì dietro non c’è nessuno. A sto punto fammi scivolare dritto in mare, e non se ne parli più.
Ci poniamo tutti domande. E io tuttora mi chiedo il senso di questi miei
scritti. Oltre a: perché ho abbandonato gli allenamenti a metà e non ho
aspettato gli altri sugli spalti? Perché anche oggi non ho studiato nulla?
Perché ho la capacità di creare questo enorme campo di forza senza
controllo che quando mi serve non va? Perchè non ho ancora imparato a
volare? Perché sto scrivendo in prosa e non con la mia irritante metrica
solita? E perché ho come sfondo del cellulare un panda che vomita
arcobaleni?

Non li vomita, quegli arcobaleni. Li spara, cazzo.
E’ così difficile? E’ palesemente incazzato.
E dagli torto, insomma, chissà come lo guardano male i suoi amici.
Anche se scambierei volentieri il Campo di Forza di prima per gli 
arcobaleni: sarebbero un gran bel diversivo. 
Per scappare? Beh. Mi sono sempre vantato di non essere uno
che scappa. E se l’ho fatto, l’ho fatto poco. E clamorosamente.
Sono uno a cui piace cadere e sentire a che temperatura è il pavimento. 
Se si sta più comodi laggiù, se è duro davvero o sembra soltanto morbido
per colpa delle suole delle scarpe nuove. Se è fattibile rialzarsi, se posso
farcela senza essere preso per il culo per troppo tempo: in caso contrario 
si può sempre sorridere e buttarla sul ridere.
Sorridere e andare avanti. Stringere i denti, finire la sessione di flessioni.
Fino al giorno in cui basterà la forza delle mie braccia per ritirarmi su, 
e non farà nemmeno male cadere…
D’altronde, dove un uomo cade e impara, da un’altra parte, il risultato può essere diverso.
Il mio compagno di classe, scioccamente, prende voti orripilanti e si sforza veramente poco per rimediare; l’Italia, in queste elezioni, ha votato di nuovo Berlusconi, quando lo si è ostracizzato per lungo tempo come AntiCristo - e facciamoci un altro giro di Ingovernabilità; appena ha deciso
di scendere, nel weekend, la neve si è pentita subito e, spaventata, si è sciolta in poco più di una notte; ingenuamente allontano persone
che non vorrebbero fare altro che darmi quello che io morirei per dare
alla persona “sbagliata”.

La gente non cambia, ci mette un casino a farlo, con estremo sacrificio,
ma io sono testardo come te.

Siamo fatti a posta per tornare sui nostri passi. Qualsiasi cosa facciamo, 
quello che abbiamo passato e ci lasciamo alle spalle ci fissa il retro
della testa, da dietro e noi vogliamo tornare a ricontrollare. 
A sperare, infantilmente, di avere visto giusto la prima volta, di aver fatto
tutto correttamente, e di poter correggere.
Ma, come mi ha sempre bacchettato la maestra: “Gli errori di distrazione
si pagano, e lo sbianchetto a scuola non lo usi.”.
Si, io sono uno di quei bambini intelligentissimi che sbagliano spesso
e volentieri per pura distrazione, perché seguiamo troppo la linea impetuosa dei pensieri che sia accavallano, per mancanza, se non siccità più arida, di attenzione.
Probabilmente è tutta colpa della scuola elementare. Avevo il terrore di
fare errori di disattenzione, e tutte le volte ricontrollavo 5 o 6 volte.

Non sono adatto a fare il maestro di vita di nessuno.
E probabilmente sto solo cercando di rendermela un po’ migliore.
Con un poco di zucchero, la pillola sa di zucchero.
Ahimè, ammetto di averci provato. E mi si è impastata in gola, la pillola. 
Con tutto lo zucchero incollato.
Tutte le volte che abbassi la guardia e non ti ammazzano, ti rialzerai più
forte ed esperto. O ti spappolerai quello che ti rimane di qualcosa, oppure “Ehi, ma qui il pavimento è caldo!”.
E’ un discorso generale, non c’è bisogno di guardare nello specifico, o di
sentirsi chiamati in causa (Non è vero.).

Ho i gomiti sbucciati. Perché non inventano anche le gomitiere per
giocare a pallavolo?! … Le hanno già inventate? Seriamente? Ma va. 
Ho un taglio nuovo sul labbro, e non mi sn nemmeno accorto di
averlo fatto negli ultimi dieci minuti. Non è una questione di SCUSE,
IO mi REGGO per non scivolare e arrendermi a un’evidenza che poi, 
effettivamente, tanto evidente e vera non è. E se lo fosse, sarebbe solo
menzogna, come la mia capacità di camuffare i discorsi. Non mi riesce
bene, non prendiamoci in giro. Mi riesce di comunicare determinate cose,
e mi piace abbastanza pararmi il culo.

Nell’ora, quasi, in cui ho scritto questo post, sotto la finestra del mio bagno
(si, spesso scrivo da qui, ndb.) sono passate almeno 3 macchine; 
Almeno una decina di lampioni, in città, si sono spenti;
altrettanti se ne sono riaccesi; 
Migliaia di persone, si sono addormentate e una buona percentuale di
loro, non a casa propria; sono cadute milioni di gocce di pioggia, e solo
nel mio cortile. Se poi contiamo anche quelle che mi sn cadute all’interno
delle meningi, ci addormentiamo prima di finire. E’ un pensiero romantico,
in fondo. Se pensiamo anche che, oltre “le mura” di questa città,
c’è solo una persona di cui non so con certezza se sia sveglia o meno ed è l’unica persona di cui mi interessa davvero saperlo.
Ma mi sono ripromesso di stare zitto, di cercare di dormire, di lavarmi via di dosso la vergogna e di non farmi peso di qualcosa che, a me, non dovrebbe fare male.

“Macché.”.

Pumped Up Kicks.

Che freddo.
Che cazzo di freddo. 
Dovremmo avvicinarci alla primavera, invece fa sempre più freddo.

Voglio poter di nuovo uscire con la giacca slacciata,
le scarpe da tennis leggere
e le magliette scollate, senza rischiare la pleurite tutte le volte che
metto naso fuori casa.

Invece devo andare avanti a correre, la mattina,
per raggiungere al più presto il bar della scuola 
e mancare il buco per le monete della macchinetta
(perché per maneggiare il danaro con i guanti di lana
dovrebbero concedere un brevetto, ndb.)…

Consolazione: nulla è più piacevole del tepore
di un cappuccino bollente, che si condensa appannando le lenti degli occhiali.
Si, sono un po’ miope.
Grazie a Dio esiste la condensa sulle lenti.

E’ che mi piacerebbe tanto essere uno dei fighetti.
Di quelli che arrivano la mattina sempre in punto e a punto,
dopo 2 ore di preparazione con sveglia improponibilmente mattiniera.
Di quelli che hanno sempre il bel saluto,
che sono circondati, fin dalle prime ore, da persone che le adulano.

Col capello sempre in piega.
Col cappello abbinato bene.
Con la scarpa del momento. Anche se palesemente orribile.
Con gli occhiali da sole al chiuso.

Ma sono pigro.
Sono il Re dei pigri.
E nn me ne frega più o meno un cazzo di niente
di scegliermi i vestiti abbinati, con colori che non facciano a pugni fra loro,
di pettinarmi bene o farmi la barba tutte le mattine.

Se la sveglia non spacca i coglioni come dovrebbe, 
io vado avanti a dormire, sono quello che ha bisogno
che la gente lo svegli (più o meno delicatamente.
Preferisco molto delicatamente.).

Sono così teneramente imbranato la mattina,
che potrei dormire in piedi, con la fronte appoggiata alla macchinetta.
O sbadigliare sonoramente e rovesciarmi addosso il caffè. 
O salutare qualcuno che non conosco.
O cercare di pagare con
plettri a caso che ho nel portafogli.

Con il sonno che bussa ancora sulle palpebre,
do il colpo di grazia al cappuccino. 
Ciao, macchinetta, ci vediamo al primo cambio d’ora per il primo caffè. 
Mi manchi già. *sospiro*.

Mi porto il bicchiere in classe, sempre.
Non c’è un motivo particolare, forse mi attacco troppo 
a certe cose che non hanno alcuna importanza, 
e poi magari ne trascuro altre fondamentali.
Tipo il libro di Analisi, che era il caso di aprire, ieri, eh?

Eh.

Entro in classe, e c’è già gente che urla.
Mmh. Sarà lunga. 
Mi sa che dovrò vedermi più spesso di quanto sperassi con la macchinetta.
Dovremmo smetterla di vederci così.
Anche lei lo sa, ma la verità fa male ad entrambi,
e facciamo fatica ad accettarlo.

Finestra come specchio mentre tolgo la giacca: massì, suvvia. 
Questo bel ragazzo ce l’ha, LO STILE.
E già senti nella testa le pernacchie e i vaffanculo.
Amorevole autostima che, grazie al Cielo, non mi abbandona
al mattino presto. Grazie al Cielo.

Io, finché non arriva la Prof., le cuffie non me le tolgo. 
E se mi gira, le tengo su fino all’appello. Ah!

E mentre mi concedo questo attimo di ribelle soddisfazione,
ascolto distratto:

All the other kids with the pumped up kicks,
You better run, better run, outrun my gun!
All the other kids with the punped up kicks,
You better run, better, faster than my bullet!

-Pumped Up Kicks - Foster The People

E sinceramente mi sfugge il significato di questo ritornello,
ma ci sn un sacco di cose che non capisco.

Credo mi serva un po’ di caffè. Già.

-Andre.

Bada Bing! Wit’ A Pipe!

Partiamo dal fatto che stamattina ho i capelli
pettinati come vorrei ed erano mesi che non succedeva.

Partiamo dal fatto che dovevo tenere il pizzetto stamattina,
perché mi da quel senso misto di D’Artagnan e Satana che non guastano mai.

Partiamo dal fatto che non possiamo pretendere di capire tutto, 
se non sappiamo nemmeno ascoltare il silenzio dei nostri pensieri
che urlano. Si, urlano, e più forte di quanto pensiamo.

Partiamo dal fatto che nessuno vale le tue lacrime, ancora.
Nessuno vale le tue preghiere, ancora.

Bestemmia pure, strappati le unghie, e se ne hai gli occhi gonfi,
ti prego, lasciali svuotare.
Ma nessuno vale le tue lacrime, ancora.

Quanto cazzo mi stanno bene questi capelli?! 
Deve essere un peccato andare a tagliarli, in settimana.
Ma, si sa. 

Neanche loro rimangono in piega per sempre.
Magari è la volta buona che li raso corti corti. 

http://www.youtube.com/watch?v=bMhfzsMHQtc

-Andre.

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